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Il territorio di Vetralla si presenta ricchissimo di testimonianze archeologiche che attestano un diffuso popolamento avviato già dalla tarda età del ferro, quando a Poggio Montano sorse un piccolo villaggio le cui tombe (del tipo a pozzetto e a fossa, ora non più visibili), oggetto di scavo archeologico nel 1903, si datano alla seconda metà dell’VIII sec. a. C. Nella stessa epoca altri piccoli centri sorsero al Castello, a Valle Caiana, all’Ave Maria e al Cerracchio. La presenza umana a Norchia è attestata in epoca più antica: le prime testimonianze si riferiscono all'età neolitica e sopratutto dell'età del bronzo.
NORCHIA

Situata nel comune di Viterbo ma raggiungibile solo da Vetralla, risulta frequentata sin dall'Età del Bronzo anche se il massimo sviluppo la raggiunse tra il IV ed il II secolo a.C. in relazione all'espansione della vicina Tarquinia e di seguito a quella romana. Alla fine del I secolo a.C. Norchia fu annessa al municipium di Tarquinia. Ulteriori notizie risalgono al X - XI secolo quando Papa Adriano IV vi realizzò una fortificazione con mura, torri e castello. Quest'ultimo divesse in seguito proprietà dei Prefetti di Vico e fu abbandonato nel 1435. Le numerose necropoli rupestri che si svilupparono nel territorio a partire dal IV secolo a.C. occupano le vallate del Pile, Acqualta e Biedano. Tra i resti del complesso medioevale: la Basilica romanica di S. Pietro (XII secolo), di cui sono oggi visibili la zona absidale e un tratto della parete nord e la porta medioevale.
Come si raggiunge:
Percorrendo la Statale 1 bis Aurealia, in direzione di Monteromano, si devia a destra in località Cinelli (cartello indicatore) e si percorre la strada asfaltata per circa 5 Km. Arrivati in uno slargo, si prosegue a piedi lungo un sentiero piuttosto scosceso.
La zona archeologica:

Lungo l valle del Pile, che si raggiunge da Pian delle Vigne, sono situate numerose serie di tombe a semidado. La prima è dislocata lungo circa 300 mt. e presenta la caratteristica distribuzione su due o tre ordini disposti su gradoni di tufo. Numerose le varietà di aspetti architettonici presenti: da quelli più semplici, con camera ipogea nella parte inferiore, a quelli con facciata monumentale nella terrazza superiore. In questa area sono localizzate tre interessanti tombe: la Tomba Ciarlanti, la Toma a Camino e la Tomba Prostila (IV secolo a.C.). Scendendo a fondovalle e percorrendo la strada sterrata lungo il Pile ci si imbatte in una seconda serie di tombe la più importante delle quali è quella detta delle Tre Teste a causa dei tre protomi (divinità?) presenti sull'architrave della finta porta della facciata. Più avanti ci si immette su una delle antiche vie di accesso alla città, attraversata per tutta la sua lunghezza dal tracciato della Via Clodia.
Il borgo:
Fortificato da mura e torri, fu abitato fino al XIV secolo mentre il vicino castello venne smantellato nel 1435. Della città è ancora visibile la Porta medioevale (di tipo ad arco con cammino di ronda e feritoie) e la Pieve di S. Pietro, i cui resti sorgono sulla parte più alta del colle. Ricostruita nel XII secolo, venne realizzata con materiali di riporto di età romana. Intorno alla parte absidale sono presenti due tombe alto medioevali scavate nel tufo. Dopo aver superato il Biedano (con un ponte a tre archi) la Via Clodia prosegue in direzione di Tuscania attraverso una grande tagliata, detta Cava Buia, profonda circa 10 metri e lunga circa 400. In alto, sulle pareti, alcune iscrizioni medioevali e una latina che ne ricorda il restauro. Scendendo di nuovo verso il Pile, da un viottolo che si diparte in corrispondenza della Porta medioevale, dopo aver oltrepassato un piccolo ponticello ci si dirige verso sinistra. Costeggiando il dirupo di tufo si arriva in un altro settore della necropoli che presenta, nell'ordine inferiore, tombe a dado di piccole dimensioni: la più importante è quella di Vel Ziluse (seconda metà del III secolo a.C.). Seguendo il fondovalle si accede al Fosso Acqualta. Risalendone il corso si arriva in un'area ricchissima di tombe dislocata lungo circa un chilometro e mezzo. Nella parte superiore della rupe due straordinarie Tombe a Tempio affiancate, della tipologia presente solo a Sovana (Toscana). Databili agli inizi del III secolo a.C., riproducono la facciata di un tempio con i frontoni scolpiti con figure. Se, attraversato il ponte sul Fosse Acqualta, si svolta a sinistra è possibile guadare il Biedano e, dopo aver attraversato un breve tratto di bosco in direzione della città, si arriva in un'altra importante area archelogica dove è situata la Tomba Lattanzi. Munita di una facciata a due piani, aperti anteriormente da un portico, la tomba risale alla fine del IV secolo a.C. Percorrendo all'indietro il sentiero lungo il Biedano si arriva di nuovo alla salita che conduce al punto di partenza (pian delle vigne). Lungo il percorso, il gruppo delle Tombe Smurinas tra cui una con portico.
GROTTA PORCINA

Situata lungo il percorso della Via Clodia, nel punto in cui questa attraversa il Fosso Grignano, la necropoli di Grotta Porcina (VII - III sec. a.C.) è costituita da numerose tombe a fossa, da un imponente tumulo con ponte di accesso alla sommità, un'immensa tomba a camera con soffitto a cassettoni e numerose tombe a camera semplici con trave centrale e deposizioni laterali. Di particolare interesse è l'altare sacrificale di forma circolare scavato nel tufo a cui si accede da un passaggio pure ottenuto nel tufo.
Come si raggiunge:
All'altezza del km. 26,6 della SS. 1 bis Aurelia si imbocca una strada rurale asfaltata (località Dogane).
La zona archeologica:

Il nome deriva dalla trasformazione in passato delle tombe etrusche in ricoveri per suini. Monumento principale della necropoli un grande tumulo (prima metà del VI secolo a.C.) di forma circolare realizzato tagliando un alto sperone tufaceo, che raccoglie una tomba a tre camere. La prima presenta un soffitto a rilievo a cassettoni regolari. La seconda ha un portale di accesso decorato a rilievo di colore rosso, un soffitto a doppio spiovente con finto columen a rilievo; al centro sul pavimento una apertura rettangolare della profondità di 15 mt. lo stesso pozzo rettangolare si trova anche all'interno della terza camera. Nei pressi del tumulo si trovano alcune interessanti Tombe a camera una delle quali presenta il caratteristico soffitto displuviato a cassettoni. Nella vallata sottostante la necropoli, racchiuso in un'area recintata e coperto da una tettoia protettiva, si trova un imponente altare rupestre. Di forma cilindrica (ha un diametro di 5,8 metri) presenta sui fianchi decorazioni a bassorilievo di gusto orientalizzante raffiguranti animali. Ai lati dell'altare è possibile notare delle gradinate sulle quali, probabilmente, prendevano posto gli spettatori. Secondo E. Colonna Di Paola, il complesso databile attorno alla prima metà del VI secolo a.C., può essere considerato "Il più antico teatro noto d'Italia" seppure legato al fulto funerario. Nei pressi dell'altare è inoltre possibile visitare un'edicola di epoca ellenistica a forma di semidado con base decorata da mondanature. Infine, seguendo il Fosso Grignano, si arriva a un piccolo Tempio (fine VI inizi V secolo a.C.) distrutto da un incendio nel III secolo a.C.
FORO CASSIO

A due chilometri da Vetralla, in località S. Maria in Forocassi, sono visibili i resti di Foro Cassio, l'antica stazione di sosta lungo la Consolare Cassia. Il luogo conserva resti di mura e di pavimenti in opus reticulatum e di monumenti sepolcrali innalzati ai lati della strada. Da visitare, nelle immediate vicinanze, la Chiesa di S. Maria in Forcassi (IX secolo). Al suo interno frammenti di numerosi affreschi databili tra il XV e XVI secolo.
Come si raggiunge:
Percorrendo da Roma la Cassia fino alla Cantoniera al Km. 68,7 e proseguendo a destra per una strada in salita (via di Foro Cassio), dopo circa un chilometro si raggiunge Foro Cassio.
La zona archeologica:

In epoca romana era sede di una "mansio" della Via Cassia e si trova, infatti, indicta in antichi itinerari. Sappiamo da uno storico locale che nel '600 vi erano ancora notevoli testimonianze di epoca romana, mentre oggi sono visibili solo alcuni resti dell'antica Cassia e dei monumenti sepolcrali che erano eretti lungo la Via. Nel Medioevo parte degli abitanti di Foro Cassio si spostò verso l'attuale Vetralla ed il centro, anche se non si spense mai del tutto, cadde piano piano in disuso: materiali di epoca romana provenienti da Foro Cassio furono utilizzati per costruire la chiesta di S. Francesco. Tra il '400 ed il '500, quando la situazione politica della zona acquistò una certa stabilità, Foro Cassio fu ripopolato.
La Chiesa di S. Maria in Forcassi: Oggi l'unica struttura architettonica di questa località che risulta ancora visibile è la chiesa di S. Maria in Forcassi. Di origini antiche, fu rimaneggiata tra l'XI ed il XII secolo e restaurata tra il '400 ed il '500. La pianta della Chiesa si presenta ad una aula unica, con tre absidi nella parete di fondo, di cui la centrale più ampia. Sulla parete sinistra è visibile la forma di un grande arco, attualmente chiuso, che si apriva su un ampio ambiente forse una cappella laterale. Accanto alla parete destra si ha un altro ambiente, che poteva venire usato come sagrestia e che presenta l'ingresso ad un vano sotterraneo, molto probabilmente una cripta, oggi inaccessibile. All'interno della Chiesa si hanno un altare centrale, sollevato dal pavimento, e due altari laterali. Di notevole fattura è il soffitto a capriate risalente ai secoli XIV e XV. Bellissimo è pure il rosone della chiesa. Ma la gran parte del fascino dell'edificio è dovuta ai suoi affreschi, ormai faticosamente leggibili. L'abside centrale presenta una raffigurazione di apostoli risalente al XII secolo circa. La calotta ha, invece, rappresentato S. Pietro che con S. Paolo fiancheggia certamente il Cristo; nell'absidiola di sinistra è raffigurato S. Benedetto. Lo stile di queste pitture ha affinità con le pitture all'interno della grotta di S. Vivenzio a Norchia e risponde ai canoni della pittura romano-laziale del XII secolo. Risalenti alla fine del XIV secolo sono i Santi della probabile cappella di sinistra, di pregevole grafia, ma ricoperti in buona parte da intonaco recente. Al XV secolo appartengono invece la Madonna con il Bambino dell'altare di destra e quella a lato dell'altare di sinistra, la Crocifissione sulla parete sinistra ed il S. Francesco e il S. Bernardino vicino agli altari tutte pitture dai tratti apprezzabili.
CERRACCHIO

La necropoli etrusca del Cerracchio (VI-III sec. a. C.) si è sviluppata lungo il percorso di un diverticolo della Via Clodia proveniente dalla vicina Grotta Porcina e si riferiva ad un piccolo centro rurale satellite di Blera. Il sepolcreto si estende nella vallata del Rio Secco e in quella del Fosso della Dogane e presenta varie tipologie di tombe. La frequentazione del Cerracchio è attestata già dal tardo villanoviano (VIII sec. a. C.) con tombe a pozzetto e a fossa dislocate sui pianori circostanti la necropoli rupestre. L’età arcaica (VI-metà V sec. a. C.) segna il periodo di maggior fioritura del sito e le tipologie sepolcrali attestate (tomba ad unica camera con due o tre banchine e tomba a semidado) sono riconducibili a quelle dei centri dell’Etruria meridionale interna che rivelano gli influssi dell’architettura funeraria ceretana. In epoca ellenistica (fine IV-II sec. a. C.) il sito continua ad essere abitato: si diffonde l’uso dell’incinerazione ed appaiono tipologie tombali tipiche di questo periodo, quali ad esempio le tombe a camera ipogea (con o senza finta porta in facciata), le tombe ipogee con sarcofagi e tombe a piccolo vano e loculo; significativa anche la presenza di nicchie semplici (se ne contano 17 esempi) e di edicole con nicchie in facciata. Rimane tuttora incerta l’ubicazione dell’abitato: l’ipotesi più accreditata lo situa sul pianoro posto a nord dell’Aurelia Bis, dove l’apertura di una cava di tufo ne ha distrutto ogni traccia.
COME SI RAGGIUNGE:
all'altezza del km 23 della S.S. 1 Aurelia Bis, subito dopo aver superato il ponte, si imbocchi a sinistra una strada rurale che corre parallela alla statale; alla fine della strada si prosegua a piedi lungo un sentiero che scende a valle.
SANTUARIO DI DEMETRA

Nel maggio-giugno 2006 la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale ha eseguito uno scavo d’emergenza (sotto la direzione dell’Ispettrice Dott.ssa M.G. Scapaticci) in località Macchia delle Valli, in un’area prossima ad una sorgente d’acqua, riportando alla luce i resti di un santuario etrusco-romano. La scoperta è avvenuta in seguito alla segnalazione da parte dei Carabinieri di scavi clandestini che avevano parzialmente intaccato i depositi votivi.
Considerata la sua ubicazione extraurbana rispetto agli insediamenti etrusco-romani noti nel territorio vetrallese e della vicina Villa S. Giovanni in Tuscia, l’area sacra si configura come un santuario di campagna. La zona finora era conosciuta dagli archeologi soprattutto per l’esistenza di resti di una vicina cisterna romana, di una dismessa cava di peperino, di una strada incavata nella roccia che collega la Pietrara alla suddetta cava e a Vallozzano e per la presenza di un bel fontanile ormai prosciugato, conosciuto col nome di Fontana Asciutta. La scarsità delle emergenze archeologiche nell’area è da imputare soprattutto alla difficoltà oggettiva di eseguire una ricognizione sistematica a causa dell’estensione del bosco delle Valli. Sappiamo però che nel giugno del 1987 la Soprintendenza intraprese uno scavo di emergenza nella Macchia delle Valli (a circa 800 m a SE della Pietrara, non lontano dal santuario), riportando in luce quelli che sono stati allora interpretati come i resti di una villa romana, ora rinterrati.
Il complesso santuariale è costituito da una serie di ambienti rupestri, di aree cultuali all’aperto e da una piccola struttura costruita in blocchi di peperino (cella) che ha restituito gli arredi di culto e la statua in terracotta di una divinità femminile (III sec. a. C.). La dea è stata identificata con la greca Demetra, assimilabile all’etrusca Vei e alla romana Cerere. Il simulacro raffigura una dea in trono che tiene nella mano destra una patera umbilicata mentre nella sinistra, mancante di alcune dita, doveva sorreggere probabilmente un mazzo di spighe.
Il culto ha carattere rurale, ctonio (cioè sotterraneo) ed è legato alla presenza dell’acqua, a cui si attribuirono anche virtù terapeutiche come dimostrato dai votivi rinvenuti che ne attestano il carattere propiziatorio per la fertilità e per la sanatio.
La cella è situata entro un anfratto rupestre, dalle cui pareti sembrerebbe essersi staccato ab antiquo un lastrone che, adagiatosi in posizione pressoché orizzontale, è stato utilizzato come una “terrazza” cultuale delimitata da un parapetto in opera quadrata costituito da tre blocchi di peperino (di cui uno con foro passante atto alle libagioni). La cella è realizzata in lastre di peperino ed ha il tetto a doppio spiovente con i timpani decorati con un disco rilevato. All’interno, sulla parete di fondo, si trova un banco di peperino monolitico su cui era stata adagiata la statua di culto; al centro della parete destra è stato rinvenuto invece un tavolino rituale sotto il quale erano stati deposti in posizione rovesciata quattro reperti ceramici (tra cui due lucerne di età neroniana). Sempre all’interno della cella si trovava un piccolo altare di peperino su cui è stata rinvenuta una moneta bronzea (Asse di Domiziano), interpretabile come l’ultima offerta deposta prima dell’abbandono del santuario (tra la fine del I e l’inizio del II sec. d. C.).
L’attigua grotta naturale, parzialmente lavorata dall’uomo e atta a ricevere un deposito votivo, oggi appare tamponata sulla fronte da un muro moderno per il suo riutilizzo come ricovero per animali: la rimozione della terra che ricopriva il pavimento moderno ha permesso il recupero di frammenti ceramici e di votivi etruschi e la scoperta di una seconda apertura che metteva in comunicazione la grotta con la vicina cella attraverso una zona (antecella) dotata di una base di peperino su cui è stato rinvenuto un donario di ceramica. Un altro deposito votivo è stato individuato nell’anfratto sottostante la suddetta “terrazza” e nell’area aperta prospiciente: i reperti rinvenuti ne attestano il carattere propiziatorio per la fertilità e per la sanatio (votivi anatomici).
Alla luce dei dati preliminari presentati dalla Soprintendenza, il complesso santuariale sembrerebbe essere stato frequentato per un arco cronologico abbastanza ampio che va dalla fine del IV sec. a. C. fino agli inizi del II sec. d. C.
COME SI RAGGIUNGE:
Attualmente l’area archeologica è chiusa da una recinzione e non è visitabile, dal momento che le strutture devono ancora essere messe adeguatamente in sicurezza.
1) All'altezza del km. 2,900 della Strada Provinciale Blerana, di fronte alla Madonna della Folgore, si lascia la macchina e si prosegue a piedi lungo un sentiero immerso nel bosco che conduce alla frazione della Pietrara; poco prima dell’abitato si prenda la strada incavata che scende a Fontana Asciutta.
2) Dalla frazione Pietrara dirigersi verso la Macchia delle Valli attraverso una strada lievemente incavata nel peperino che conduce all’interno del bosco di proprietà comunale (segnalata da un cartello): al primo incrocio svoltare a destra verso Fontana Asciutta.
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